Sanremo, ti penso ancora.
Ho lasciato sedimentare le emozioni.
EDITORIALI
Tommaso Poli
3/30/20262 min read
Ho lasciato sedimentare le emozioni. Proprio io che credevo che la Milano Sanremo fosse la sua spada di Damocle: quell’oggetto sorretto da una crina di cavallo sopra la sua testa, mentre lui banchetta con tutto il resto e un Dioniso mesto lo osserva, consapevole del rischio di un potere così grande e di un’egemonia che, senza questa gara, sarebbe per sempre rimasta bugiarda. Tadej cade prima della Cipressa; il gruppo urla per le strade anguste di Imperia e il mondo trattiene il respiro fino a diventare livido. Io ricomincio a respirare quando Tadej cade, come un neonato che piange e dunque è vivo. Ho creduto erroneamente, e forse egoisticamente, che la caccia si sarebbe protratta per altri lunghi anni e che infine quella spada pericolante sarebbe crollata su quel trono. Tadej risale in bici, poi rientra nel gruppo, scala la Cipressa in pochi minuti e si butta giù in discesa: ha una vita sola e la rischia a ogni curva.
Mi piace pensare a Sanremo come a un luogo con un cuore, qualcosa che ti
trascina con sé e ti cambia la vita, ma che ahimè non è aperto a tutti. Allora mi
immagino il Poggio come se fosse il Cafedji di Simenon: quello strano cameriere
che parla dieci lingue e altrettanti dialetti, dai tratti somatici indistinti, che
potrebbe provenire dal luogo più disperso dei Balcani oppure da qualche posto
caldo dell’Africa settentrionale. Nel gruppo questo Cafedji comunica con tutte
le classi, è amichevole, ma poi deve decidere chi far salire: controlla i palmarès
e stabilisce chi può passare. C’è una particolare classe che purtroppo è
apolide, non ha in mano nulla e, puntualmente, in ogni porto viene lasciata al
suo triste destino, ma a Sanremo è diverso. Il Cafedji chiude un occhio: in fondo
la sua vita è sempre stata questa e questa rimarrà. Sanremo, poi, ti cambia
davvero la vita.
Tadej imbocca il Poggio e attacca. Rimangono in due. Trema, ha paura, viene colto di sorpresa dall’esitazione. E io penso che sia strano, da parte sua: non l’avevo mai visto vacillare davanti a questo sentimento di vittoria. Sanremo però spaventa. È quell’incubo di cui non parli con nessuno ma che, ogni sera, sai che dovrai affrontare di nuovo, e allora fai fatica a chiudere occhio. I due scivolano giù per la gola di questo Cafedji, le nuvole li inseguono ma non hanno le stesse abilità: in un tornante balordo vanno dritte e si infrangono sugli scogli. Ora c’è via Roma, spaccata in due come il volto del dio Giano: la prima parte è già passato, solitaria, dominata da silenzi sovrumani; l’ultima, l’arrivo, diventa presente dettato dalla gioia. Si arriva alla volata, un gesto così elementare e basilare: ne abbiamo fatti a migliaia e pure risultano sempre così complessi (complici anche i trecento chilometri percorsi). Tadej vince, si inarca sulla bici, si avvicina all’asfalto e urla a squarciagola:
«Ti ho battuto, finalmente!»
Del resto, non ho niente da aggiungere, se non una cosa: Tadej, a differenza di Orfeo, non si è mai voltato.