Quando Rubarono una Bicicletta all'Italia

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Ladri di Biciclette - 1948 - Vittorio De Sica

Roma, 1943

Roma respira come un animale malato

Lenta nel suo morire

Confida nell'aiuto degli uomini

Troppo impegnati a sopravvivere

"Mannaggia a me quanno so' nato! Vie' voglia de buttarsi al fiume, vie' voglia!"

Lamberto Maggiorani, Ladri di Biciclette

Cinema Metropolitan, Roma - La Prima

Vittorio De Sica era in piedi davanti alla sala, in attesa. Aspettava una parola, un cenno, qualunque cosa. Stava per avvicinarsi al direttore quando, dalla porta, uscì un uomo con sua moglie e quattro figli.

"A diretto', me fai ridà i sordi che ho speso. Ma so' firme questi da dà al povero pubblico italiano? Ve dovreste vergogna'"

De Sica si ritirò silenziosamente dalla porta. Si incamminò in Corso Umberto, pensando di aver fallito un'altra volta.

Antonio Ricci (Lamberto Maggiorani) e Bruno Ricci (Enzo Staiola) in una scena del film.

Il Neorealismo - La Fame di realtà

"L'oggetto del film neorealista non è più la storia, ovvero il plot, ma il mondo circostante."

E ancora

"Il protagonista non è più un individuo eccezionale — non è un eroe, non è un mito. È un uomo comune, assai vicino allo spettatore. Qualcuno che potrebbe essere tuo padre, tuo fratello, te stesso. Qualcuno che cerca lavoro."

Roberto Rosselini

Il Neorealismo non nasce in uno studio cinematografico. Nasce nelle strade, nei mercati, nelle case del secondo dopoguerra italiano — dalla necessità di guardare la realtà senza distogliere lo sguardo. È una corrente letteraria e cinematografica che si pone come denuncia, come monito, come una scritta nitida sull'isola dell'indifferenza. Attori non professionisti, riprese di esterni così come si mostrano dinanzi alla luce naturale, stile documentaristico e da "reportage" sono tutte pennellate del grande affresco neorealista.

"Il tentativo vero non è quello di inventare una storia che somigli alla realtà, ma di raccontare la realtà come fosse una storia."

Cesare Zavattini

Cesare Zavattini, Autore del soggetto e sceneggiatore chiave di Ladri di Biciclette

Roberto Rossellini, Autore della Trilogia della Guerra: Roma Città Aperta, 1945. Paisà, 1946. Germania anno Zero, 1948.

Il FILM

A Roma il lavoro è uno spettro che si aggira per le case degli uomini. In una mattina qualunque del secondo dopoguerra, il nome di Antonio Ricci viene pronunciato ad alta voce. Un posto c'è. Attacchino. La condizione arriva subito dopo: serve una bicicletta. Antonio non ce l'ha. L'ha data in pegno qualche mese prima per sfamare sua moglie Maria e suo figlio Bruno. Chiede spiegazioni, inciampa sulle parole, ma la bicicletta è obbligatoria. Le voci degli altri lavoratori si alzano come un'onda intorno a lui. Antonio promette: domani mattina sarò qui con la bicicletta. Torna da Maria. Impegnano le lenzuola nuove. Recuperano la bici. Il primo giorno di lavoro è persino ridente: Antonio pedala, lavora, incolla un manifesto. Poi, in un istante, la bicicletta sparisce. Un ladro. Una fuga. Niente da fare.

Lavorare è il mio ossigeno, la bicicletta sono i miei polmoni

Alla ricerca della bicicletta si affianca il figlio Bruno, accolto anch'egli da Roma con la stessa crudeltà riservata al padre. I due percorrono la città per ore — mercati, chiese, tuguri, bancarelle — e nel farlo invertono i propri ruoli: Antonio diventa figlio in certe situazioni, Bruno diventa padre in altre. La città osserva senza intervenire. Il mondo gira, indifferente, intorno a due persone che cercano una bicicletta come se cercassero se stessi. Poi, in un ultimo atto di disperazione — nel classico stile neorealista che non concede redenzioni facili — Antonio Ricci commette lo stesso atroce gesto subito. Ruba una bicicletta. Viene immediatamente bloccato da una folla inferocita. È Bruno, il figlio bambino, a salvarlo dalla ressa di persone che vogliono denunciarlo.

Se Rubare è l'unico modo per restare uomini, chi è il colpevole?

Antonio Ricci (Lamberto Maggiorani) e Bruno Ricci (Enzo Staiola) in una scena del film.

Due Prime, Due Mondi

Il film che un operaio romano voleva farsi rimborsare a Roma, a Parigi diventò qualcos'altro. Il contrasto tra le due serate racconta, forse meglio di qualsiasi analisi critica, cosa sia davvero Ladri di Biciclette: un film che parla agli ultimi, e che solo chi ha occhi per vederli riesce a capire.

ROMA - CINEMA METROPOLITAN

"Mi ritirai, silenziosamente, dalla porta e percorsi il Corso Umberto pensando di aver fallito un'altra volta."

PARIGI - PREMIÉRE

"André Gide, uscendo dalla sala e passandomi davanti, mi disse: "Domani le mando in albergo un mio libro con dedica." René Claire mi abbracciò singhiozzando. Vidi mani protese di attori come Madeleine Renaud e Jean-Louis Barrault, Renoir, Becker, Delannoy e tutti i più grandi critici di Francia. Ero impietrito e non volevo piangere per non sembrare troppo napoletano, e non potevo respirare. Balbettavo soltanto: "Grazie, grazie.""

Nel 1950, Ladri di Biciclette vinse l'Oscar onorario come miglior film straniero. Aveva cambiato il modo in cui il mondo intero pensava al cinema. Aveva dimostrato che una storia senza eroi, senza lieto fine, senza studio set, poteva essere devastante. Quello che De Sica aveva catturato non era soltanto la Roma del dopoguerra. Era qualcosa di più difficile da restituire: la dignità e la morale che scompaiono lentamente, senza rumore, mentre il mondo gira e nessuno si ferma a guardare. Una bicicletta rubata. Un uomo che ne ruba un'altra. Un bambino che vede tutto.

L'isola dell'indifferenza è ancora lì, oggi come allora. Il Neorealismo ci chiede, ancora, di non girarsi dall'altra parte.

Infinitamente Grazie, Vittorio.

Vittorio De Sica

Vittorio De Sica

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