MA JIAN - TIRA FUORI LA LINGUA

Storie Dal Tibet

LA LIBRERIA DNF

Tommaso Poli

3/25/20262 min read

Nel 1959, sulle alture rarefatte dell’altopiano tibetano, le nuvole lattiginose si tingono di rosso. La nebbia si muove lenta tra i crinali, si adagia sui corpi dei soldati come un lenzuolo improvvisato; la morte, quassù, è soffice e fredda, e sa di latte rancido e yak. La rivolta è fallita. Il Dalai Lama ha atteso il momento giusto, si è travestito da soldato, ha attraversato il confine con una cerchia ristretta di fedelissimi ed è riuscito a trovare rifugio in India, dove darà forma al governo tibetano in esilio. A valle, la Repubblica Popolare Cinese consolida il controllo sulla “regione autonoma” del Tibet e promette modernità, progresso, liberazione. Decenni dopo, Ma Jian decide di andare a vedere da vicino quel luogo che, nelle mappe immaginarie di tanti cinesi e di tanti occidentali, coincide con un altipiano fatato, il cuore spirituale del mondo. Pubblicato per la prima volta nel 1987, Tira fuori la lingua è il resoconto di quel pellegrinaggio laico e della scoperta di un Tibet malsano, spogliato della sua aura e del suo mito. “La povertà era peggiore di qualsiasi cosa avessi mai visto in Cina. La mia idea idilliaca di una vita semplice vissuta a contatto con la natura si sgretolò quando mi resi conto di come può rendere disumani una condizione estrema di stenti”, scrive Ma Jian. Non è solo questione di miseria. Dalla riconquista cinese del Tibet si calcola che più di un milione di persone siano morte per le proprie opinioni politiche, per la fede religiosa, per essersi trovate nel posto sbagliato nel momento sbagliato: un conteggio che somiglia inquietantemente alla diagnosi di un genocidio culturale. La maggior parte dei templi è stata rasa al suolo o sventrata, i muri crepati tappezzati di slogan che invitano i monaci a “lasciare la madrepatria, amare il Partito comunista e studiare il marxismo-leninismo”. Il paese che Ma Jian attraversa è una terra a cui è stato strappato il cuore e rimpiazzato con un organo artificiale: un sistema di valori fasulli, capaci più di reprimere che di nutrire lo spirito e l’essenza della cultura tibetana. Il suo viaggio nasce come tentativo di fuga dalla cultura malata di origine – quelle promesse infrante del Partito comunista cinese, quel socialismo di facciata – e come ricerca di un paradiso sulle spalle del mondo, a una stretta di mano dal sole e lontanissimo da tutto. Ma quel paradiso, scopre Ma Jian chilometro dopo chilometro, non esiste più: al suo posto ci sono villaggi devastati, monasteri svuotati, pratiche rituali che sembrano più sopravvivenza disperata che fede, scene inumane e poco ortodosse, difficili da conciliare con qualunque idea di santità. In un paese dove nemmeno il Buddha riesce a salvare sé stesso, si chiede implicitamente il narratore, come potrei salvarmi io?Il libro, appena uscito, viene subito bandito. La reazione del governo cinese è tanto enfatica quanto rivelatrice: “È un libro volgare e osceno che diffama l’immagine dei nostri compatrioti tibetani. Ma Jian non è in grado di descrivere i grandi passi compiuti dal popolo tibetano nella realizzazione di un Tibet socialista unito e prospero. Il ritratto del Tibet che esce da quest’opera sudicia e ignobile non ha nulla a che vedere con la realtà, e altro non è che il prodotto dell’immaginazione dell’autore e del suo desiderio ossessivo di sesso e soldi… A nessuno dev’essere permesso leggere questo libro. Tutte le copie devono essere confiscate e distrutte immediatamente.” L’effetto, com’è quasi inevitabile, è opposto a quello sperato: il testo comincia a circolare sul mercato nero, gli studenti se lo passano in dormitorio, i tassisti ne discutono al volante, le copie si vendono a dieci volte il prezzo di copertina. Ancora oggi le opere di Ma Jian restano bandite nella Repubblica Popolare Cinese. Lui vive in Europa, tra Berlino e Londra, e continua a fare ciò che il suo paese d’origine gli ha impedito di fare: scrivere di ciò che ha visto, e di ciò che altri preferirebbero non vedere affatto.