Lo Sport Come Propaganda

Quando lo Sport diventa un Lavacro per la coscienza degli Stati

EDITORIALI

Tommaso Poli & Martin Luciani

2/27/20264 min read

C'è un momento preciso in cui la memoria collettiva sceglie cosa ricordare. Tadej Pogačar attacca a più di cento chilometri dall'arrivo, sulla strada polverosa di Kigali, e nessuno lo rivede fino al traguardo. Il gesto è già leggenda: il ciclismo ha il suo Merckx redivivo, e il Rwanda — quel piccolo Stato subsahariano che i libri di storia associano a una delle più atroci catastrofi del Novecento — diventa, per qualche ora di domenica pomeriggio, semplicemente lo sfondo di un'impresa sportiva straordinaria. È esattamente lì, in quella sostituzione, che opera lo Sportwashing.

Chiedete a un appassionato di ciclismo se conosce il Rwanda: le risposte si dividono in due campi che non si parlano tra loro. Il primo evoca il Genocidio del 1994, i machete, le chiese trasformate in mattatoi, il silenzio complice della comunità internazionale. Il secondo, con un sorriso e lo sguardo che si perde verso il soffitto, racconta di Pogačar che stacca il gruppo, di una fuga impossibile, di un uomo solo contro il mondo. Entrambe le risposte sono vere. La loro coesistenza non è casuale: è il prodotto di una strategia politica consapevole, raffinata e, occorre ammetterlo, straordinariamente efficace.

È importante precisare cosa questa analisi non vuole sostenere. Non si tratta di affermare che uno Stato segnato da crimini storici debba essere escluso a vita dalla comunità sportiva internazionale. La Germania ha ospitato le Olimpiadi del 1972 e i Mondiali di calcio del 2006; l'Italia ha organizzato innumerevoli grandi eventi dopo aver fatto i conti — seppure faticosamente — con il proprio passato fascista. Il principio non è la punizione perpetua, ma la distinzione: tra uno Stato che ha elaborato il proprio passato e uno che lo usa come sfondo pittoresco mentre continua a replicarne le logiche.

Il Rwanda di Paul Kagame è quello che i diplomatici chiamano, con eufemismo raffinato, "a well-camouflaged dictatorship" — una dittatura ben camuffata. I numeri parlano con la brutalità dei fatti: il Paese si colloca al 125° posto su 165 nell’Human Freedom Index del Cato Institute; al 146° su 180 nel World Press Freedom Index di Reporters Sans Frontières. Kagame è al potere dal 2000. Nelle elezioni presidenziali del 2017, svoltesi secondo Amnesty International in un clima di paura e sistematica repressione del dissenso, ha ottenuto il novantanove per cento dei voti. Una percentuale che, nella storia politica del Novecento, ha sempre avuto un solo significato.

Nel frattempo, nel Nord Kivu, nell’attuale territorio della Repubblica Democratica del Congo, si combatte una guerra che porta impronte rwandesi. Kagame nega ogni coinvolgimento, ma le prove documentate del sostegno di Kigali alle milizie M23 si accumulano nei rapporti degli esperti ONU con la tenacia della realtà che si rifiuta di sparire. Il mondiale di ciclismo, in questo senso, si è svolto non soltanto su strade africane, ma su un teatro di guerra attivo. Lo sport non ha visto, o non ha voluto vedere.

Cos'è, allora, lo sportwashing, e come funziona la macchina che lo produce?

Il termine affonda le radici nel concetto di soft power teorizzato dal politologo statunitense Joseph Nye: la capacità di uno Stato di esercitare influenza non attraverso la coercizione militare o economica, ma attraverso l'attrazione culturale, la proiezione di valori, la costruzione del consenso. Nye osservava che le risorse intangibili — il cinema, la musica, le istituzioni, i modelli di vita — possono risultare più potenti dei carri armati nel plasmare la percezione internazionale di un paese. Lo sport, con la sua capacità unica di produrre emozioni condivise su scala planetaria, è diventato nel corso degli ultimi decenni lo strumento di soft power per eccellenza.

Lo sportwashing è la declinazione più spudorata di questo principio: l'uso sistematico di grandi eventi, sponsorizzazioni e investimenti sportivi per costruire un'immagine internazionale pulita e attraente, distogliendo l'attenzione — e questo è il punto cruciale — dai crimini commessi nell'ombra. Non si tratta di un'invenzione recente. Le Olimpiadi di Berlino del 1936, progettate da Goebbels con la consulenza di Leni Riefenstahl, avevano già compreso che lo stadio poteva essere il palcoscenico ideale per la propaganda di Stato. I Mondiali di calcio del 1934 in Italia servirono a Mussolini la stessa funzione. La novità del presente è la scala, la sofisticazione e la quantità di denaro in gioco.

Nel ciclismo, il fenomeno è sotto gli occhi di chiunque voglia guardare: la UAE Team Emirates porta i colori degli Emirati Arabi Uniti, Stato dove la libertà di espressione è un reato e il sistema della kafala riduce i lavoratori migranti a una condizione di dipendenza strutturale dai datori di lavoro (una schiavitù istituzionalizzata). La Bahrain Victorious rappresenta un emirato che nel 2011 represse nel sangue le proteste della Primavera araba, con l'assistenza militare dell'Arabia Saudita. La defunta Israel Premier Tech esisteva in un contesto geopolitico che non richiede ulteriori commenti. Il gruppo, insomma, è diventato uno spazio dove le bandiere di regimi autoritari sventolano accanto a quelle di democrazie consolidate (con molti dubbi su anch’esse), senza che nessuno senta il bisogno di spiegare la differenza.

Il meccanismo psicologico è preciso e chirurgico. Lo sport produce identificazione emotiva, e l'identificazione emotiva sospende il giudizio critico. Quando Pogačar vince, il tifoso non pensa alla posizione del Rwanda nei rapporti sulla libertà di stampa: sente la bellezza di un gesto atletico perfetto, l'adrenalina di una vittoria impossibile, la nostalgia di tutte le vittorie impossibili che ha vissuto nella sua vita di spettatore. In quel momento, Kigali non è la capitale di una dittatura camuffata: è il luogo dove è nata la leggenda. L'associazione si imprime nella memoria con la forza delle emozioni, non con la fragilità delle argomentazioni razionali.

Gli Stati che praticano lo sportwashing lo sanno perfettamente. Investono nello sport non perché amino lo sport, ma perché hanno compreso che lo sport produce qualcosa di più prezioso della vittoria: produce amnesia. O, più precisamente, produce una gerarchia dell'attenzione dove le medaglie occupano il primo posto e i crimini scivolano verso il basso, fuori dal campo visivo del grande pubblico. È un lavacro, appunto — una purificazione che non richiede la confessione del peccato, soltanto la sua cancellazione dalla coscienza collettiva.

La responsabilità non è soltanto degli Stati che la praticano. È anche delle federazioni sportive internazionali, che accettano i petrodollari e i contratti di sponsorizzazione senza porre condizioni; degli atleti, che indossano le maglie di team finanziati da regimi autoritari senza fare domande; dei media, che raccontano le gare senza mai allargare il frame; e infine di noi, spettatori, che scegliamo la comodità dell'emozione pura rispetto all'inevitabile complessità del contesto.

Riconoscere lo sportwashing non significa smettere di amare lo sport. Significa, più semplicemente, rifiutarsi di essere il pubblico inconsapevole di cui i regimi hanno bisogno. Significa guardare Pogačar volare verso Kigali e chiedersi, insieme, chi ha pagato per quella strada.