L'Inferno di Roubaix, CANTO I
La Parigi Roubaix di Sonny Colbrelli
STORYTELLING
Tommaso Poli
3/31/20266 min read
A Roubaix il sole vive esiliato. La luce cinerea rimasta in cielo si rapprende e diventa una grandissima ragnatela, cattura i respiri che ne rimangono intrappolati come mosche. Qui a Compiègne, alla partenza, fa freddo e pioviggina. Una pandemia si è abbattuta sulla terra l'anno scorso: qualcosa di simile alla peste nera, la lebbra, la febbre spagnola, insomma quelle cose lì. Ancora oggi, un anno dopo, le strade sono deserte e gli uomini e le donne girano con le mascherine sul viso come se portassero la fascia del lutto. La Parigi-Roubaix è stata spostata. Quest'anno si correrà il tre ottobre e ottobre è sempre un mese scomodo per le sue piogge, soprattutto in una Francia decadente che non sa più cosa fare di sé stessa.
A Compiègne la temperatura è già scesa. Non fa più solo freddo come vi dicevo. Adesso si rischia l'ipotermia. Gli atleti scendono dai bus per andare al foglio firma e si stenta a riconoscerli, sono bardati di ogni tipo di indumento e la maggior parte di loro indossa cose nere. Il palco della presentazione sembra malato, appare debole e le persone tutt'attorno sono sgonfie come sacchi vuoti. Nessuno urla. Nessuno canta. Nessuno ha dei cartoni disegnati. Piove. Adesso piove davvero. Sono gocce di acqua gelida che ti bucano la pelle come stalattiti, come chiodi, come la pioggia di quaranta giorni e quaranta notti che Dio mandò sugli uomini quando si stancò di guardarli. La pelle si increspa e diventa ruvida. Il fango crudo e liquido a terra. Le biciclette sono battelli fantasma che ti condurranno verso l'esilio a Roubaix.C'è un mare di nebbia di fronte ai bus. Fate un elenco. Recitate un salmo. Ricordate che siete uomini e non dei. Ricordate che siete uomini creati a somiglianza di Dio ma non siete lui. Mai lo sarete.
Sonny ha la maglia di campione europeo. Si distingue per le stelle disegnate sopra, ma oggi non si vedono, sono coperte da un nero tetro che non le lascia respirare. Poche settimane prima le ha conquistate in Italia, a Trento, sotto un sole che ancora aveva pietà degli uomini. Oggi parte da favorito, nonostante la condizione non sia delle migliori e la Parigi-Roubaix, solo dal nome, eclissi totalmente quello che è Sonny. Eclissa tutto. Eclissa i nomi, le storie, i padri, le madri. Eclissa il passato e il futuro. La Parigi-Roubaix non ha memoria e non promette niente. In gara c'è anche un certo Mathieu. Ha un cognome d'arte che non mi piace raccontare per non spaventare troppo gli avversari. Mi limiterò a dirvi che suo nonno era Raymond Poulidor, che con le caratteristiche del nipote ahimè non ha niente a che vedere. Poi ci sono altri rivali, ma con un clima così da lupi è difficile identificarli. Sono sagome. Sono ombre. Sono gli spiriti di tutti i corridori che su queste strade sono caduti e non si sono più rialzati. Nomi su lapidi che il vento del nord ha già smesso di leggere.
Gli atleti si schierano sulla linea di partenza. Uno, due, tre respiri. C'è odore di menta forte nell'aria, l'odore mentoso di quell'olio che si usa per i massaggi, quell'odore che sa di spogliatoio e di carne preparata alla guerra. Loro sono tutti lì fermi sul nastro di partenza mentre le gambe, sotto le dovute calzamaglie, si infiammano e il sangue irrora ogni fibra. Qualcuno guarda in avanti. Qualcuno guarda il pavimento. Qualcuno chiude gli occhi e va in un posto dove non c'è il freddo e non c'è la nebbia e non c'è nessun giudizio. La bandierina si abbassa. La gara è iniziata.
Il vento spazza le strade sporche di corridori, sbuffa così forte che molti fanno fatica a proseguire. Piega i pioppi lungo le carreggiate come steli di grano. Piega gli uomini. L'aspetto brutale della Roubaix è il seguente: ad intermittenze l'asfalto si alterna a delle pietre sconnesse, delle mulattiere terribili che servivano ai contadini francesi per i loro asini, i loro carri, le loro bestie. Settantadue settori di pavé. Settantadue capitoli di un libro che nessuno vuole leggere fino in fondo ma dal quale nessuno riesce a togliere gli occhi. Le pietre affiorano dalla terra come ossa antiche, come le vertebre di qualcosa di molto grande che è morto qui secoli fa e che ancora non è stato sepolto. Su queste pietre hanno pedalato i morti e i vivi, i campioni e gli anonimi, gli uomini dalla schiena dritta e quelli già piegati alla partenza. Il pavé non fa distinzioni. Il pavé è il più onesto giudice che esista al mondo. La fuga di giornata prende forma e trentuno atleti evadono il gruppo. Trentuno uomini che credono di poter scappare da questa terra. Nessuno scappa da questa terra. La fuga è un'illusione cara a chi non ha ancora capito dove si trova.
Sonny rimane nel gruppo, così come Mathieu. Il gruppo è una tela dipinta dal fango, tutti sono uguali, tutti fanno parte di questa stravagante architettura apocalittica. La fanghiglia vola. Schizza sugli occhi, sulle labbra, si deposita nelle narici come polvere di un pianeta morto. I corridori la ingoiano. La respirano. Dopo trenta chilometri non c'è più differenza tra un uomo e la strada che percorre. Sono la stessa cosa. Sono fatti della stessa materia grigia e ostile. Poi il cielo si spezza. Non gradualmente, come succede nelle giornate normali. Si spezza di netto, come un'asse di legno vecchio. E l'acqua cade in modo verticale, senza vento questa volta, diritta come il colpo di spada che finì Mordred. I corridori abbassano la testa. Non guardano avanti. Guardano le ruote di chi li precede e pregano che quella ruota non scompaia. Pregano in lingue diverse. Alcuni pregano in olandese, alcuni in spagnolo, alcuni non pregano in nessuna lingua perché la liturgia non ha senso in un mondo che sta per finire. Sonny pedala. Sonny non pensa. Pensare è un lusso che appartiene agli spettatori, a chi guarda dalla televisione con il caffè caldo in mano. Sonny ha imparato a svuotarsi. Pedalata dopo pedalata, chilometro dopo chilometro, si riduce all'essenziale. Diventa respiro. Diventa gambe. Diventa il suono secco delle ruote sul pavé che ti sale su per la schiena come una scossa e ti ricorda, nel caso te ne fossi dimenticato, che sei ancora vivo.
Per adesso.
Ci sono luoghi sulla terra che Dio ha dimenticato di finire. Pianure senza forma dove il cielo preme dall'alto come un coperchio e la luce non arriva mai del tutto e non se ne va mai del tutto, e gli uomini che ci vivono sono degli spettri. Il nord della Francia è uno di questi luoghi. Ha campi piatti e grigi che si estendono fino a dove lo sguardo rinuncia. Ha paesi con nomi impossibili da ricordare. Ha strade che sembrano fatte apposta per non portare da nessuna parte. E ha il pavé. Sempre il pavé. Eterno come la colpa. Immobile come la morte.
I chilometri passano e il gruppo si assottiglia. Un’erosione, come l'acqua che lavora la pietra, come il vento che lavora l'uomo, come il tempo che lavora tutto il resto. I corridori che non reggono non cadono. Semplicemente rallentano. Si staccano di qualche metro, poi di qualche metro ancora, e poi il gruppo li inghiotte nel senso contrario, li lascia indietro come relitti, e loro pedalano ancora ma già sanno, lo sanno nel profondo delle ossa, che la loro giornata è finita.
Sonny è ancora in testa al gruppo, indossa una giubba nera ed è difficile da riconoscere, così come gli antichi dicevano di osservare le stelle per indovinare l’universo, il pubblico segue le stelle di Sonny che vibrano sul casco sporco. In gruppo c’è paura.
Poi appare l'Arenberg.
La Trouée d'Arenberg, duemilaquattrocentocinquanta metri di pietre antiche, coperte di fango e acqua e secoli di sofferenza umana, fiancheggiate da alberi spogli che si chiudono a volta come la navata di una cattedrale nera. I corridori entrano nell'Arenberg e il rumore cambia. Il rumore del gruppo, che fino a un momento prima era un brusio organizzato, una macchina, diventa qualcosa di caotico e primordiale. Le ruote sul pavé. Gli uomini che grugniscono. Le catene che stridono. È il suono del mondo che si disfa. Poi ci sono le urla dei non-morti di Aremberg, che sono tutto men che buoni.
Bisogna lasciare andare il manubrio. Non stringerlo, non guidarlo, lasciarlo andare e fidarsi delle ruote e pregare che tengano. Chi stringe impazzisce. Chi non si fida cade. Il controllo è un'illusione che il pavé smonta in pochi metri. Nell'Arenberg si impara l'unica lezione che conta: che non puoi controllare niente. Non la bicicletta, non la strada, non il tuo corpo, non il tuo destino. La fuga non è ancora stata ripresa, la Trouée di Aremberg spezza il gruppo in finissimi bocconi. Sonny si trova davanti. Mathieu invece rimane attardato e solo dopo la foresta riesce a rientrare. I due favoriti si trovano insieme, proseguiranno fino alla morte. I settori si susseguono come punizioni. Le pietre sono più grandi qui, più irregolari, più cattive. Affiorano dalla terra ad angoli sbagliati come denti rotti. L'acqua della pioggia si raccoglie negli interstizi e crea delle piccole trappole, degli avvallamenti che la ruota trova senza avvisare e che mandano un'onda d'urto su per le braccia, su per le spalle, dentro la testa. Ogni settore lascia qualcosa. Toglie qualcosa. Ogni settore è un'esazione. Sonny buca, la pressione della ruota scende ma decide che non c’è tempo per cambiarla.
Mathieu prova ad attaccare su ogni tratto a lui favorevole. È una maschera di fango, così come tutti gli altri. Sonny riesce a neutralizzare ogni attacco e i chilometri per fare la differenza continuano a diminuire. In testa alla corsa si trova Gianni Moscon, superstite di una lunga fuga, ha deciso di affrontare l’apocalisse di Roubaix da solo. Buca. Cade. Il verdetto è così fatto. Moscon, oggi, non può vincere, non deve vincere. Da lontano si ode il fragore di Carrefour de l’Arbre. Li mancheranno pochi chilometri al traguardo, li si deciderà chi di coloro rimasti, sia degno di aver sconfitto l’Inferno.