Giro delle Fiandre 2016
Tommaso Poli
2/25/202617 min read
L'alba si schiude come un uovo di airone, esausta. Le volute profumate delle Bakkerij corrono per le strade in lunghe trame lattiginose mentre Bruges è ancora assopita. I sanpietrini bagnati specchiano le prime luci del mattino. Ha smesso di piovere da poco. I meccanici delle squadre stanno controllando le ultime biciclette: le smontano e le rimontano, oliano le catene, sistemano i nastri e infine danno un forte giro di pedale. Questi ultimi roteano almeno dieci volte fendendo l'aria con un rumore secco e inconfondibile. Il rituale si ripete in ognuno dei venti alberghi disseminati per la cittadina fiamminga. La hall dell'Hotel Leopold è illuminata. Alla reception siede una ragazza giovane. Ha i capelli color rame che le scendono fino alle spalle e due occhi acquosi che nuotano dietro un paio di occhiali. Sono circa le cinque e trenta e a quest'ora non c'è molto lavoro da fare. Insegue la freccia del mouse sullo schermo del computer e, ogni tanto, dei clic assonnati disturbano il silenzio mattutino. Dalla scalinata si sentono dei passi e la receptionist si alza di scatto. Stira il maglioncino rosso con le mani per togliere delle grinze che non ci sono mai state. Si sistema la targhetta con il suo nome — Lise —, posa gli occhiali sul bancone e prova a specchiarsi nello schermo del computer. Un ragazzo attraversa la hall.
— Buongiorno…
— Buongiorno.
I saluti sono veloci. La ragazza, delusa, si siede e torna davanti allo schermo. Il ragazzo, invece, si fionda nella zona colazione. Il nutrizionista della squadra lo sta già aspettando seduto a un tavolino in disparte nella sala. Sopra ci sono tutti quei prodotti che una persona normale non mangerebbe mai: cereali integrali, sciroppo d'agave, bevande vegetali proteiche e delle scialbe gallette di riso. Il nutrizionista mette un piatto di pasta sulla bilancina: questa segna a intermittenza trecento grammi, come se non vedesse l'ora di essere sollevata da quel peso.
— Solo questo?
— Buongiorno, Peter. — poi sorride. — Dormito bene?
— Tutto bene.
Peter ha i capelli biondi che gli arrivano alle spalle, solitamente li tiene raccolti in una crocchia ma stamattina gli cadono sciolti sulla divisa. Prende il piatto di pasta e si va a sedere al tavolino. Al momento è solo. Inizia a mangiare e a ogni boccone la chioma riottosa gli scivola davanti, nascondendo i suoi occhi azzurri. Poco dopo, a uno a uno, arrivano i suoi compagni di squadra. La sala colazione accoglie una fila indiana di occhi socchiusi e sbadigli. Il nutrizionista li aspetta davanti al computer.
— Questo è tuo, questo è per te. — torna un momento allo schermo. — Ah, sì, questo è tuo, Daniel.
I ragazzi si siedono al tavolo dove Peter ha quasi finito di mangiare e, finalmente, per un breve momento, la sala si riempie di risate, scherzi e strani accenti che si sentono solo nei film. Dall'altra parte della città, nell'Hotel De Medici, Fabian ha già finito di fare colazione. I compagni sono seduti accanto a lui, mentre i direttori sportivi discutono animatamente davanti al tavolo con una lavagnetta dove è tracciato il percorso che dovranno affrontare più tardi. Duecentocinquantacinque chilometri, da Bruges a Oudenaarde, passando per il Koppenberg: un gigante di pietra che si desta sempre dinanzi alle urla dei tifosi. Poi l'Oude Kwaremont, un lunghissimo serpente millenario con le squame di pietra. La conversazione inizia a coinvolgere i ragazzi. Le tattiche vengono spiegate anche grazie ai gesti grotteschi dei direttori sportivi che, davanti alla lavagnetta, sembrano mimare azioni indecifrabili. Il motivo finale è molto semplice: scortare Fabian per tutta la gara finché non deciderà di aprire i motori. Gli atleti annuiscono all'unisono. Fabian, invece, si alza e si avvicina alla lavagnetta facendosi spazio tra i direttori sportivi. Gli occhi, due piccole gemme di Marquina, scannerizzano tutti i tratti angusti del percorso.
— Secondo me qua dovremmo fare così…
Nessuno sembra dissentire. Punta poi il dito sulla cartina, all'altezza del Taaienberg; uno dei tanti muri di pietra che caratterizzano il Giro delle Fiandre.
— Credo che qua la corsa esploderà. — picchietta l'indice più volte. — Sì… sì… qua dovremmo essere davanti.
I compagni annuiscono assorti nelle sue parole, così come i direttori sportivi. Fabian torna a sedersi e lascia nuovamente la parola. Si strofina le grosse mani nodose e guarda l'orologio rosso che ha al polso. Sono le sei e dieci. La conversazione è quasi giunta al termine.
— …Il rivale oggi è solo uno, Fabian…
— Lo so… lo so…
Qualche compagno ride sommessamente. Gli atleti si congedano per andare nelle loro camere a cambiarsi: tra poco i pullman li porteranno alla partenza della corsa, mentre il resto dello staff li aspetterà nel suggestivo vialone di Oudenaarde. Il rivale di Fabian, intanto, si è legato i capelli in un fatiscente ciuffo biondo mentre sta salendo sul bus leopardato della Tinkoff–Saxo Bank.
I bar iniziano a riempirsi. I primi bicchieri tintinnano sui banconi, la schiuma della birra si attacca ai baffi dei grandi mentre i piccoli stringono le mani attorno a una tazza di caffè latte. Le parole girano sempre intorno allo stesso punto: chi vincerà, chi cadrà, chi non arriverà. Roland è il proprietario del bar Bruges Beertje. Passa uno straccio sui calici mentre chiacchiera con un uomo.
— Oggi, oggi credo in Vanmarcke. Troppi anni che non riesce.
— Tre anni che ci scommetto. Nulla da fare. — sospira Roland.
— E allora oggi? Su chi hai scommesso?
— Porta male dirtelo prima.
— È dei nostri?
— Forse.
La televisione del bar trasmette le prime immagini dei preparativi, perlopiù voci gracchianti di giornalisti che si gettano su pronostici improbabili. Una di loro annuncia:
— Oggi il mio pronostico è Peter Sagan. Linea allo studio.
Il sorriso di Roland si nasconde sotto la barba scompigliata. L'uomo invece beve una sorsata di birra e scuote la testa.
— Oggi non vincerà lui. Ha tutti gli occhi puntati addosso.
Un bambino con un cappellino iridato sente le parole dell'uomo e si avvicina; i due iniziano a discutere mentre Roland viene chiamato alla cassa per un ordine. Dalla televisione del Bruges Beertje si odono le prime presentazioni. Gli astanti si voltano all'unisono quando vengono nominati gli atleti. Qualcuno si alza e applaude quando viene chiamato il suo beniamino. Le squadre, da sette corridori ciascuna, arrivano con le loro bici presso il palco di partenza: un'ossatura di ferro montata in fretta, ricoperta di striscioni e cavi. La folla vi si stringe sotto, tanto schiacciata da emettere un solo respiro. L'aria primaverile di Bruges è algida, si staglia sui volti degli appassionati e finisce per seccare la pelle che inizia ad arrossarsi dopo ogni piccolo tocco. Qualcuno batte i piedi contro i sanpietrini per scaldarsi, qualcun altro regge un cartellone fatto in casa, ma quando prova ad alzarlo questo si piega su sé stesso, ormai pregno di umidità. La presentatrice sale sul palco: le voci della folla si abbassano per un istante, poi risalgono come un'onda. Si sposta la sciarpa rossa dalle labbra, prende un respiro profondo e inizia a parlare.
— Benvenuti all'ennesima, straordinaria edizione del Giro delle Fiandre!
La sua voce rimbalza sugli edifici, si incastra nei vicoli e torna a lei distorta e sgangherata. Le squadre salgono una alla volta. Corpi magri, pelli chiarissime e gambe nervose come venature di foglie. Sorrisi che durano il tempo di una foto. Chi guarda il pubblico, chi guarda oltre, come se stesse già pedalando altrove. Le mani salutano, ma gli occhi sono già lontani. La penultima squadra a salire sul palco è la Tinkoff–Saxo Bank. Sei di loro indossano la classica divisa leopardata, mentre Peter indossa la maglia di campione del mondo: una casacca bianca con una banda arcobaleno orizzontale. Arriva sul palco in sella alla sua bici, fa un giro su una ruota sola, leggero, quasi distratto. Le impalcature tremano. C’è chi urla il suo nome fino a perdere la voce. Lui alza una mano, poi l'altra. Non dice molto, si limita a sorridere e continua a salutare.
— Peter, come stai oggi?
— Bene. Bene. — ha una voce nasale.
La presentatrice resta qualche secondo con il microfono sulle labbra di Peter, sperando invano che prosegua.
— I nostri bookmakers ti presentano come uno dei favoriti.
— Sì. Sì, sarà dura.
Si arresta. Non dice altro.
— Pochi sono riusciti a vincere il Giro delle Fiandre con la maglia di campione del mondo. Lo sai, vero Peter?
— Sì. Sì, infatti oggi sarà dura.
La presentatrice congeda Sagan e tutta la squadra tra un caloroso tifo del pubblico.
Poco distante, Fabian osserva in silenzio la scena. Guarda la folla come si guarda un mare prima di entrarci. Sa che è l'ultima volta. Non lo dice. Non lo dirà. Ma il pensiero gli resta addosso come una seconda pelle. Quando Peter ha fatto il giro su una ruota, Fabian ha alzato impercettibilmente il mento. Non è ammirazione, o forse sì, in quel modo ambiguo che esiste solo tra rivali. È qualcosa di più antico, qualcosa che non ha un nome preciso nelle lingue che conosce. Ha visto Peter crescere, ha visto come prende il pubblico nella mano senza nemmeno stringerla. È diverso da lui. Fabian ha sempre combattuto contro la strada, contro il vento, contro la pietra. Peter sembra convincere tutti e tre a collaborare. Si porta le dita al polso e sente il battito sotto la pelle. Regolare. Troppo regolare, forse. Le parole di suo padre riaffiorano come pietre di un fiume in magra.
il cuore che non trema prima del via è un cuore che non vuole vincere davvero.
Allora il suo tremava sempre. Oggi batte tranquillo, eppure Fabian sa che dentro di lui qualcosa di più profondo è in subbuglio. La Trek - Segafredo viene chiamata sul palco, sono gli ultimi della presentazione. I sette atleti percorrono l’impalcatura che li porta davanti ai tifosi. Il pubblico è in visibilio. Fabian passa una mano sul manubrio. La vernice è fredda. Sente ogni millimetro della bici come fosse un'estensione del proprio corpo; non è un pensiero cosciente, è qualcosa che succede in basso, tra i nervi e i muscoli, nei diciott'anni di corse sedimentati nelle articolazioni. Le Fiandre le conosce a memoria: ogni curva, ogni odore di terra bagnata, il modo in cui il vento cambia direzione sull'Oude Kwaremont, il momento esatto in cui il Koppenberg smette di essere una salita e diventa una questione personale. Un compagno gli dice qualcosa nell'orecchio. Fabian annuisce senza girare la testa. Gli occhi restano fissi davanti, oltre il palco, oltre la folla, già sull'asfalto che aspetta qualche chilometro più avanti. Stringe il manubrio con la mano destra e lo lascia andare. Lo stringe di nuovo. Il sole intanto, come se chiamato, cerca di farsi spazio tra le nuvole. Queste non si spostano e il cielo resta pallido, malato. La presentatrice chiama il suo nome. La folla esplode. Fabian solleva la mano, piano, come se il gesto costasse qualcosa. Sorride di un sorriso che è anche un commiato, anche se nessuno lo sa ancora. Le voci dei giornalisti riempiono l'aria, entrano nelle radio, nelle televisioni accese nelle case. Qualcuno parla di favoriti, qualcuno di pronostici. Nei salotti del Belgio si fanno liste, si discutono nomi, si ride. In strada, invece, nessuno sa davvero cosa dire. Gli elicotteri iniziano a sollevarsi; l'aria vibra. Le moto rombano, le ammiraglie si mettono in fila. I direttori sportivi parlano a bassa voce, si scambiano sguardi rapidi. C'è odore di menta, di gomma, di caffè freddo. I ciclisti si schierano. Le mani sui manubri. Gli occhi fissi davanti. Qualcuno deglutisce. Qualcuno sorride ancora.
La corsa non è ancora partita.
Eppure, per qualcuno, è già finita.
Il gruppo si riversa in strada come una chiazza d'olio. Si allunga, si restringe, respira come un unico polmone. Le moto da ripresa gli ronzano attorno, affamate di volti; dietro, la lunga teoria delle ammiraglie chiude il corteo fiammingo. Le prime case salutano con le finestre spalancate: i bimbi appoggiati sui davanzali, armati di cappellini e sostenuti dai genitori. Le mani si agitano e i clacson rispondono; la quiete agreste delle Fiandre viene infranta da quel brontolio collettivo che una volta all'anno viene saziato da atleti e atlete in bicicletta. Il Giro delle Fiandre è ufficialmente iniziato.
La fuga di giornata prende forma quasi per necessità biologica. Cinque, sei uomini si sfilano dal gruppo cercando di evadere. Quest'ultimo li lascia fare: li guarda allontanarsi con la pazienza di chi sa che, prima o poi, tutto torna a casa. I chilometri iniziali scorrono senza ferite. I primi muri si presentano con la modestia di chi sa di non essere ancora decisivo. Il gruppo li affronta con apparente leggerezza, ma i sanpietrini parlano un'altra lingua: vibrazioni secche, scosse che risalgono dalle ruote ai polpacci, dai polpacci alle anche, fino alla nuca. In questo terremoto corporeo le stanche gocce di sudore si infrangono a terra, pronte a riflettere le agonie dei volti del gruppo. L'odore di primavera, fieno dolce, terra umida, una nota che ricorda lo sciroppo d'acero, si mescola al rumore dei cambi e dei telai, sottoposti alla voracità delle Fiandre. Peter è nascosto nel ventre del gruppo, Fabian pure. Due ombre di altre ombre, non parlano, non si cercano, ma si sentono.
Dopo ore di attesa il sole rompe l'indecisione delle nuvole. I corridori si spogliano in movimento: via le maniche lunghe, via i gambali, via gli scalda collo alzati contro l'aria del mattino. Gli alberi spogli sembrano capillari tesi verso il cielo, pronti a ricevere luce. Gli uccellini si alzano al passaggio dell'elicottero, che ora inquadra il gruppo, ora scivola sui campi ordinati delle Fiandre. I mulini sono grandi girasoli di legno. Le pale ruotano lente, indifferenti alla fatica degli uomini. Le chiese gotiche si ergono come aghi neri pronti a forare il cielo lattiginoso. Nei prati, mucche e pecore pascolano senza sapere di assistere a una delle liturgie più dure del ciclismo. In testa al gruppo la Etixx–Quick-Step prende il comando. Si dispongono in fila come una corazzata blu, ritmo costante, preciso, martellante. La fuga supera i quattro minuti, poi il vantaggio smette di crescere. La squadra sta divorandogli la libertà concessa a inizio gara. I telecronisti snocciolano nomi e statistiche, ma le loro parole si fanno sottili quando la strada si stringe.
Al Molenberg l'aria cambia. Le bandiere gialle col leone delle Fiandre fendono il cielo come sventolate da un gigante. I decibel della folla salgono, si stratificano, diventano una massa compatta che schiaccia ogni altro suono. Siamo a più di cento chilometri dall'arrivo e Tony Martin, corridore della Etixx–Quick-Step, rompe il ghiaccio. La corsa si tende come un cavo d'acciaio. Il gruppo viene scremato ma niente da fare, l'attacco di Martin è servito solo per aumentare la tensione. Un istante, un secondo, una caduta sorprende la gara. Il treno rossonero della BMC rovina a terra. Tutta la squadra è coinvolta e il loro capitano, Greg Van Avermaet è immobile al suolo.
I telecronisti: No. No. No. No! Silenzio. I think that's it. Un leggero brusio attraversa la cabina. This is the end for Greg Van Avermaet. What a pity, what a plot twist.
Dalle case emergono grida di sconforto. Al Bar Bruges Beertje Roland tiene le mani sopra il capo con gli occhi puntati sul televisore. L'uomo con cui aveva parlato prima spinge via il calice di birra sul bancone ed estrae dalla tasca un foglietto. Lo fissa per un momento e poi lo strappa in mille piccoli pezzi.
– Maledetto, Greg.
Sospira. Torna a sedersi e dice:
– Un'altra Roland, per favore.
Roland distoglie lo sguardo dalla televisione e si china sotto il banco per prendere un nuovo calice, spilla la birra e poi la passa all'uomo.
– Tieni.
– Non ci voleva proprio questa caduta. Maledizione.
Le labbra di Roland accennano un sorriso camuffato bellamente dal barbone rosso, che comunque non sfugge all'uomo.
– Sagan vero?
Roland annuisce.
– Congratulazioni allora. Per me ha già vinto.
Roland scuote l'indice teso a mezz'aria.
– Fabian. Occhio a Cancellara.
Intanto, all'udire della conversazione un altro piccolo tifoso si avvicina ai due uomini e chiede una barretta di cioccolata. È così basso che deve allungarsi sulle punte per appoggiare la monetina da un euro sul bancone. Roland gli porge la barretta e il bambino torna a sedersi con lo sguardo perso nella televisione. Indossa una maglietta della Trek-Segafredo.
La regia stacca sulla caduta del treno BMC e mostra Sep Vanmarcke fermo a bordo strada. L'ennesima foratura della giornata, la seconda per Sep, che con un gesto di sconforto risale in sella alla bici e rientra in gruppo aiutato dalla sua ammiraglia. Fabian avanza senza scatti bruschi, si limita a salire di qualche posizione, poi ancora. Peter fa lo stesso, con un'elasticità diversa, quasi felina. Quando il gruppo si spezza, sono entrambi nella parte giusta della frattura. Mancano trentatré chilometri. Un attacco improvviso. Una frustata. Peter risponde. Si alza sui pedali con una leggerezza che sembra irrispettosa. Fabian non segue, resta seduto, con lo sguardo fisso, calcola. Non è esitazione, sente che la corsa non si vince in quel modo, che manca ancora troppo, che manca ancora l'Oude Kwaremont. Poco dopo rientra anche Sep. Tre uomini davanti, tre storie intrecciate dal caso e dalla necessità: Peter Sagan, Mikal Kwiatkowski e Sep Vanmarcke. Dietro, Fabian organizza l'inseguimento senza mostrare fretta. E poi, all'orizzonte, appare lui.
Il vecchio Kwaremont si desta una volta l'anno. Scuote il dorso squamato di pietra, irrigidisce la schiena, tende le vene di porfido. Le urla della folla lo risvegliano da un lungo letargo. La terra inizia a scuotersi, ma nessuno riesce a distinguere il terremoto dalle grida. I calici di birra si urtano a mezz'aria; gocce dorate cadono sui ciottoli. Anche questo è rito, anche questo è concime. Le bandiere sono lance conficcate nella sua schiena millenaria: la leggenda vuole che chiunque sia stato in grado di sconfiggerlo abbia potuto marchiarlo con il simbolo della sua nazione. Belgio, Svizzera, Italia, Paesi Bassi, Francia, Germania, Norvegia e Gran Bretagna sono stati gli unici a conquistarlo. Il vento inizia a soffiare sempre più forte. . Le labbra di Peter sono sottili, schiacciate tra i denti. Il sale si asciuga sulle tempie e risplende in microscopici frammenti. Le narici sono piccole bocche che bevono vento, si dilatano e si contraggono spasmodicamente ingoiando l'aria fredda delle Fiandre. Sep deglutisce, la lingua passa sulle labbra screpolate ed è come se leccasse una pietra. La gola è arsa a tal punto che Sep la percepisce come un corpo a sé stante. Mikal ha la mascella serrata in una morsa, come se stesse trattenendo tutte le urla dei tifosi. Ha una vena sul collo talmente grossa che pare una radice che ha spaccato l'asfalto. Il sudore cola sugli occhi che bruciano. Le gambe sono lucide come marmo bagnato. Il boato del pubblico diventa un demone che, come se fosse legato sotto un lenzuolo, scalpita per farsi spazio nella testa degli atleti. Il vecchio serpente non ha ancora deciso chi accettare e chi respingere, ma una cosa è certa: da qui in avanti non si corre più contro gli altri. Si corre contro ciò che resta dentro.
Gli ultimi superstiti della fuga sono stati ripresi sulle spalle del Vecchio Kwaremont; si accodano e con le poche energie rimaste in corpo provano a reggere il passo di Peter e le grida della gente. Peter non attende, si mette in testa a tirare e, anche se impercettibile, aumenta il passo. Riesce a trasformare il tifo in carburante, il suo corpo, una macchina, lo trasforma in forza bruta. I polpacci di Mikal si sgonfiano come teste di medusa morenti, perde terreno e in un batter d’occhio viene superato da Sep, che nonostante la cadenza ondulata delle spalle riesce a stare con il campione del mondo. Intanto, il gruppo dietro con Fabian imbocca il muro, e lui, come aveva promesso nella hall dell’albergo la mattina, apre i motori e si libra in volo. Recupera Mikal e il gruppetto degli inseguitori e mette nel mirino Peter e Sep. Come tutte le creature stanche, il vecchio Kwaremont gorgoglia e in un ultimo rantolo si riassopisce in mezzo al chiasso delle Fiandre. Il muro è finito, ma Fabian non ha ancora ripreso i due.
La discesa dopo il Kwaremont è un respiro rubato. Peter e Sep volano giù, i corpi distesi sulle bici, il vento che fischia nelle orecchie e porta via ogni pensiero. Le case sfilano come pagine di un libro sfogliato troppo in fretta. Peter conosce ogni curva, ogni inclinazione, ogni ghiaia traditrice di questo angolo di Fiandre: ci ha dormito sopra nelle notti prima della gara. Dietro, Fabian non scende, ma precipita. I freni mordono appena, il telaio vibra, le nocche sono bianche sul manubrio. Ogni metro recuperato è una promessa che si fa a sé stessi. La strada si raddrizza e il vantaggio di Peter si misura in secondi che sembrano chilometri. La sua squadra glielo urla dall’ammiraglia, voce metallica e distorta nell’auricolare: venti secondi, quindici, dodici. I numeri scendono come un conto alla rovescia. Ma il tempo in corsa non è uguale al tempo degli orologi: si dilata, si restringe, mente.
Al Bruges Beertje non si serve più da mangiare e da bere da almeno cinquanta chilometri. Gli astanti del bar, compreso Roland, hanno il capo alzato verso il televisore sul muro. Il silenzio corrode l’aria, le mani stringono le magliette, le dita giocano con le barbe e qualcuno, in un pugno tremolante, stringe il calice di birra ormai vuoto. La porta del bar è stata lasciata aperta, nessuno può essere disturbato dal suo fastidioso cigolio. Le Fiandre trattengono il respiro dei mulini, dei contadini e delle contadine, dei tifosi e delle tifose, dei vari birrifici, degli animali, delle chiese gotiche, come se il mondo stesse per finire.
L’ultimo ostacolo. Il gigante Paterberg si alza alla vista dei corridori, moscerini. Il vento spazzola la sua barba canuta e in una pioggia di pietre si erge nella sua statura naturale. Uno sforzo molto breve, brevissimo. Eppure, in quei pochi metri di porfido antico si può perdere una classica intera. L’aria sa di pietra bagnata e birra scaldata dal sole. I tifosi sono così vicini che i corridori potrebbero toccarli, e qualcuno lo fa: una mano che sfila su una spalla come una benedizione laica, un grido che diventa carburante o veleno a seconda di quanto ne è rimasto dentro. Peter sa che Fabian è in arrivo, ciclicamente si volta e con la coda dell’occhio lo vede: testa bassa, occhi sul computerino e gambe che pestano sui pedali, come se quella scelta tattica sbagliata fosse colpa loro. Il Paterberg viene affrontato e questa volta Peter fa sul serio. Le braccia lambiscono il manubrio come in un tiro alla fune e le gambe si incendiano. Sep barcolla, prova a reagire, ma quasi arrivato in cima al gigante viene respinto. La velocità è talmente bassa che distingue e riconosce tutti i volti degli spettatori circostanti. Fabian arriva e riprende Sep, ancora impegnato a combattere contro le sue gambe, divenute macigni di pietra. Mancano pochi chilometri e Peter è da solo, lui insieme al suo arcobaleno disegnato sul petto. La maglia iridata non è un vestito. È una promessa fatta un anno prima, su un’altra strada, in un altro paese. È il peso di tutti quelli che lo guardano dal divano, dalle transenne, dagli schermi dei telefoni. Peter lo sa e lo sente, quella striscia di colori gli preme sul petto come una mano aperta. Il vento delle Fiandre lo accompagna adesso, non più nemico ma complice. Un corvo si alza da un campo arato e vola in direzione di Oudenaarde, come se sapesse dove sta andando la storia. Dietro, Fabian stringe i denti e non si arrende. Non si è mai arreso in vita sua, non è nella sua grammatica.
Il vialone di Oudenaarde appare come un miraggio. Dal triangolo rosso dell’ultimo chilometro si può intravedere lo striscione di arrivo e le minuscole teste degli spettatori accatastate una sopra l’altra. L’orizzonte sembra permeato da un muro d’acqua limpida, trafitto dai raggi di sole che lo rompono in mille onde. Il corpo di Peter è vuoto, la sua mente è sgombera. È piegato in due sulla bici e continua a spremere anche l’ultima goccia di sudore. Le gambe non hanno più nome. Sono meccanismi, pistoni, qualcosa che appartiene alla bici più che a lui. Il rumore della folla cresce in modo geometrico, raddoppia ogni cento metri, diventa una cosa fisica che spinge e trascina. L’asfalto di Oudenaarde è levigato, quasi gentile dopo ore di sanpietrini e porfido. Peter lo sente sotto le ruote come si sente il parquet di casa sotto i piedi scalzi, qualcosa di familiare, qualcosa che dice: sei arrivato. Silenzio. Peter si guarda dietro e decide finalmente di alzarsi. Lascia andare il manubrio, un oggetto trattenuto troppo a lungo. Poi guarda il pubblico e allarga le braccia in cielo come Atlante, come se anche lui, oggi, durante la centesima edizione del Giro delle Fiandre potesse contribuire alla condanna eterna del titano. L’arcobaleno rifulge di luce. Il pubblico è in giubilio per Peter. È tutto vero, Peter Sagan ha vinto.
I respiri si infrangono anche al Bruges Beertje. Roland abbraccia il suo fidato cameriere e saltella di tavolo in tavolo facendo il nome di Sagan. Il bambino con la maglia della Trek-Segafredo è immobile sulla sedia. Non piange, non parla. Fissa lo schermo con gli occhi di chi ha appena capito che anche i giganti perdono. Il bambino con la maglia di campione del mondo osserva la televisione incantato, ha il cappellino stretto in un pugno davanti al petto e gli occhi iniziano a bagnarsi; il padre, di fianco a lui, lo abbraccia ed esulta, ma il bimbo rimane statico, come ibernato in quello stato di sopraffazione emotiva. Altri escono dal bar delusi. Fabian è arrivato secondo, ha perso. L’ultimo Giro delle Fiandre della sua carriera si conclude con una nota amara. Sep invece chiude terzo, uno dei risultati più belli della sua carriera.
Fuori, le strade si svuotano lentamente. I tifosi raccolgono i loro striscioni, le loro bandiere, le loro sedie pieghevoli e i loro thermos. Lo fanno in silenzio, con la cura con cui si mettono via lecose importanti. Le transenne vengono smontate, i cartoni delle birre vengono impilati davanti ai bar, i bambini vengono caricati sulle spalle dei padri che guardano l’orizzonte ancora un momento, prima di voltarsi verso casa. Il leone delle Fiandre sulle bandiere gialle smette di sventolare e si accartoccia su sé stesso. I mulini continuano a girare. Non sanno che è finita, non gli importa. Girano da secoli e gireranno ancora. È questa la cosa più bella e più crudele delle Fiandre: il paesaggio non celebra. Assorbe. Tra un anno sarà di nuovo qui, con un altro gruppo, altri nomi, altre cadute, altri silenzi. E il vecchio Kwaremont si riaddormenterà di nuovo, e si ridesterà di nuovo, e non ricorderà nulla.
Poi il podio. Le premiazioni. Poi Peter viene preso e caricato sul pulmino della squadra. La giornata è finita, il sole si sta nuovamente nascondendo dietro i campi ordinati fiamminghi e i tifosi, ormai stanchi e senza voce, sono sulle vie di casa, felici, ma tristi di dover aspettare un altro lungo anno. Il massaggiatore di Peter accende una telecamera e la appoggia sul sedile di fronte a loro:
- C’mon, say your name.
Peter lo guarda, poi si volta verso la telecamera.
- They already know who I am.